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IL SUICIDIO IN ADOLESCENZA

Febbraio 20, 2020 by Dr Letizia De Mori0
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Il suicidio in adolescenza: dolori inascoltati! La tragedia del liceo Frisi


Dati gli ultimi fatti di cronaca, appare sempre più necessaria la figura dello Psicologo Scolastico, per intervenire preventivamente sulla sofferenza

Il suicidio in adolescenza: dolori inascoltati! La tragedia del liceo Frisi

Monza ha vissuto una tragedia, in particolare il liceo Frisi: due ragazzi, rispettivamente di 19 e 18 anni, si sono tolti la vita a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro. Stando alle indagini della Polizia non emerge alcun collegamento tra le due tragedie avvenute.

Il suicido rappresenta oggi una delle prime cause di mortalità nella fascia d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni, rappresentando una priorità assoluta in termini di prevenzione. L’incidenza intercetta una differenza di genere: i giovani maschi si suicidano più spesso rispetto alle giovani donne. Queste ultime compiono però numerosi tentativi di suicidio e spesso sviluppano una storia clinica di depressione.

L’azione del suicidio è accompagnata nel genere maschile anche dall’abuso di sostanze, quali alcool e droghe, che spesso contribuiscono all’alterazione del comportamento (aggressività e impulsività) determinando l’esito fatale; a differenza del genere femminile in cui lo sviluppo di una storia clinica depressiva induce alla richiesta d’aiuto e dunque alla prevenzione dell’atto suicidario.

E’ utile che lo Stato offra spazi validi ai nostri giovani per pensare a sé stessi anche nei momenti di difficoltà, è utile che lo Stato lavori per il benessere dei nostri ragazzi quando questi sono ancora in vita e non solo per elaborare il lutto con quelli che “restano”. Non agire misure preventive nei luoghi adeguati, come la scuola, in cui i ragazzi passano circa 12 anni della loro vita e circa 1400 ore l’anno significa lasciare difficoltà e dolori completamente inascoltati.

Fattori di rischio e fattori protettivi: i dati per costruire la prevenzione!Abbiamo numerosi dati che ci permettono di identificare quali sono i fattori di rischio, ovvero tutte quelle variabili che tendono a essere presenti con maggior frequenza nei casi di suicidio, rispetto ai fattori preventivi, ovvero tutte quelle variabili che ci indicano quali aspetti “potenziare” per diminuire il rischio di suicidio.

Fattori di rischio:

  1. basso livello socio-economico, scarsa istruzione e disoccupazione;
  2. modelli familiari disfunzionali accompagnati da eventi di vita traumatici. I modelli disfunzionali si caratterizzano per la presenza di un alto livello di conflitto intrafamiliare, la presenza di psicopatologia nel genitore, storie di abuso di sostanze o pregressi tentativi di suicidio da parte del/dei genitori;
  3. alta correlazione con depressione, disturbi d’ansia, disturbi della condotta alimentare, disturbi legati all’abuso di sostanze e in ultimo disturbi psicotici.

Fattori protettivi:

  1. modelli familiari positivi: buoni rapporti fonte di sostgeno emotivo per l’adolescente;
  2. sviluppo della propria personalità attraverso il “potenziamento” delle abilità sociali, incluse la capacità di chiedere aiuto e la capacità di ascolto dell’altro che sia coetaneo o adulto;
  3. modelli socio-culturali: integrazione, benessere relazionale con l’utenza scolastica (gruppo classe ed insegnanti), sostegno.

“Quale depressione? è solo svogliato!”

Mi piace pensare che questi aspetti individuati dalla letteratura clinica servano davvero ad un loro utilizzo concreto, ovvero ad offrire spazi di pensabilità del proprio dolore o semplicemente dei propri dubbi e delle proprie incertezze. Affinché questo accada credo che sia doveroso uscire dalla logica di ricerca “del colpevole”, ma sia urgente pensare a delle indubbie responsabilità che i legislatori hanno a partire dall’innovazione di una grande agenzia educativa: la scuola. Responsabilità che sta nell’innovare concretamente la scuola secondo quelli che sono i bisogni dei nostri ragazzi e del corpo docenti, non sovraccaricando questi ultimi con la richiesta di competenze che il loro ruolo non prevede.

La capacità di cogliere una difficoltà nella fase di “comportamento problema” prima ancora che esso diventi psicopatologia conclamata richiede oggi la presenza di uno Psicologo Scolastico, il cui ruolo non deve essere circoscritto all’ “evento emergenziale” o “post mortem” o ancora al laboratorio previsto nella scuola “fortunata”, ma deve essere un diritto per tutti i ragazzi, per gli insegnanti e le famiglie.

Non avere una figura preposta ad intercettare segnali tipici può portare all’errore fatale di rispondere a dei sintomi con un giudizio personale su questi ultimi creando un circolo vizioso di: inascolto, sofferenza e, in ultimo, di eventi tragici. Quel ragazzo che ci appare svogliato a volte non lo è:

  • rallentamento psico-motorio;
  • hopelessness (vissuto di tristezza e melanconia, senza speranza);
  • anedonia (mancanza di interesse e noia);
  • astenia (stanchezza fisica);
  • morosité (disinvestimento nel mondo);
  • passaggio all’atto auto ed etero aggressivo (abuso di sostanze, comportamenti violenti, tentativi di suicidio)

sono sintomi che non hanno bisogno di un giudizio, ma della giusta competenza per essere riconosciuti ed accolti: “Mentre la compassione non nutre l’autostima, l’empatia la favorisce a partire dalla sospensione del giudizio”. I nostri ragazzi ci chiedono strumenti, in alcuni casi aiuto, ed è ora di sospendere i nostri giudizi e agire!

Il suicidio non è un fulmine a ciel sereno: gli studenti suicidi danno alle persone che li circondano sufficienti avvertimenti e margini di intervento (NESMOS)

ed è proprio di questi margini di intervento che i legislatori sono responsabili. L’Italia resta uno dei pochi Paesi Europei in cui la professione dello Psicologo Scolastico non è riconosciuta, né regolamentata a livello istituzionale. Numerose le proposte di legge a riguardo che ad oggi hanno lasciato il Paese in una situazione di stallo o, meglio ancora, in una situazione di assenza di servizi per bisogni chiaramente emergenti.

L’intervento, non clinico, dello Psicologo Scolastico prevede azioni di promozione del benessere a più livelli:

  1. individuale, destinato al singolo individuo che può essere qualsiasi utente della struttura scolastica;
  2. relazionale, destinato alla relazione di due individui o alle dinamiche di gruppo;
  3. organizzativo e di comunità, destinato al buon funzionamento della scuola intesa come organizzazione complessa.

La scuola potrebbe diventare uno spazio privilegiato di intervento primario, se adeguatamente organizzato, come riferito dal DORS, secondo alcune modalità specifiche orientate alla promozione della salute mentale con:

  1. l’inserimento nei programmi curricolari;
  2. l’articolazione nelle componenti chiave, ovvero promozione della salute, educazione e prevenzione, valutazione dell’intervento e post-intervento;
  3. coinvolgimento di professionisti sanitari che collaborino con insegnanti ed educatori;
  4. estensione al contesto comunità;
  5. valutazione costi – efficacia.

Mi sembra evidente che il costo dell’intervento non sarà mai, per quanto di difficile reperibilità, “inefficace” se l’obiettivo è quello di prevenire la morte di un adolescente.


Per saperne di più:https://www.stateofmind.it/2020/02/suicidio-adolescenza-liceo-frisi/

@Studio_Psy_Dr.Letizia_DeMori

@studiopsicologicodrletiziademori

 


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